foto di Laura Saviano

giovedì 16 ottobre 2014

L'emigrazione ai tempi di Skype

Il nuovo sottosegretario al Ministero degli Esteri del Governo del Fare, ha detto che oggi l'emigrazione degli italiani all'estero non è un fenomeno importante.
Solo nell'ultimo anno oltre 90 mila italiani hanno lasciato il Bel Paese in cerca di lavoro fuori dai confini nazionali. Ma, secondo il nuovo sottosegretario al Ministero degli Esteri del Governo del Fare, questa non può essere considerata emigrazione. E' semplicemente una scelta. Ogni anno 90 mila italiani decidono, così, per capriccio, di andare a vivere all'estero. Del resto si sa, siamo un popolo di santi, poeti e navigatori. Siamo fatti così, ci piace viaggiare. E poi, aggiunge il nuovo sottosegretario al Ministero degli Esteri del Governo del Fare, oggi non è più come una volta, quando i nostri nonni prendevano la nave per andare in America, con tutti i rischi e i pericoli che c'erano un tempo. 
Le navi affondavano, esistevano malattie inguaribili, si moriva di fame. Adesso, restando seduto, con un aereo in poche ore sei dall'altra parte del mondo. Troppo facile. Non muore più nessuno. Così non c'è gusto.
Pensate invece a quei poveri africani che muoiono tutti i giorni nel canale di Sicilia per arrivare in Italia, quelli sì che sono veri immigrati, loro sì che hanno le palle. E se qualcuno muore ne siamo rammaricati ma è il rischio che si corre quando si vuol fare per forza l'immigrato. Sono le regole del gioco.
Gli italiani invece possono tornare quando vogliono, non sentono nemmeno la mancanza di casa perché tanto ormai c'è Skype, il progresso è proprio una bella cosa.
E noi, che siamo il Governo del Fare, i nostri giovani li lasciamo fare, li facciamo andare in giro per il mondo, che li fa tanto bene conoscere, scoprire, parlare nuove lingue.
Fanno i camerieri a Londra? Anche il nuovo sottosegretario del Ministero degli Esteri ha lavorato come cameriere da giovane, cosa credete? E' uno partito dal basso. E all'epoca non c'era ancora Skype e qualche nave affondava ancora e Ryanair non esisteva neppure. Eh sempre fortunati questi giovani.
Sa, noi siamo di ampie vedute, noi abbiamo un profilo internazionale, il nostro premier parla fluentemente quattro lingue più il fiorentino.
E poi se i nostri giovani partono vorrà dire che quando ritorneranno si saranno arricchiti di nuove esperienze e contribuiranno ad arricchire il nostro paese. 
Siamo un Paese bellissimo e puntiamo sui giovani, sono il nostro futuro. 
I giovani ci piacciono così tanto che abbiamo deciso di allargare la fascia Gioventù fino a 45 anni. Adesso fino a 45 anni sei giovane. Puoi farti le tue esperienze. 
Per i giovani poi abbiamo messo a disposizione una serie di iniziative molto importanti per la loro crescita, anche per quelli sfigati che decidono di restare. Li facciamo fare un sacco di stage, di tirocini, un sacco di volontariato, di servizio civile, tutto più o meno gratis perché devono imparare l'importanza di fare del bene al prossimo gratuitamente. Siamo o non siamo un Paese cattolico?
In Italia non c'è lavoro? Siamo in ripresa, bisogna essere ottimisti.
La disoccupazione giovanile è al 44%? Sì ma solo perché ci sono un sacco di lavori che i nostri giovani non vogliono più fare.

Sa, a loro piace viaggiare. So' ragazzi.

venerdì 22 agosto 2014

Passàrgada

Il vento soffiava forte sull'accampamento. I teepee si dibattevano come vele sferzate dalla tempesta. La tribù intera aveva deciso che non c'era più tempo per aspettare, anche se tra poco avrebbe fatto buio e il fuoco attorno a cui erano riuniti si era spento e le nuvole che correvano verso di loro non promettevano nulla di buono.
Toro Seduto osservava il fumo fuggire a nord-est disperdendosi nell'aria densa di umidità. Gli bastò un'occhiata al cielo per capire che da lì a qualche minuto sarebbe iniziato a piovere. Dall'alto delle sue sessantaquattro primavere era stato riconosciuto come guida delle tribù, un ruolo che non gli era mai andato a genio, e per questo, anche quella sera, mal sopportava l'idea che tutti pendessero dalle sue labbra.
Mompracem era diventata una riserva arida. Più di quattro anni fa avevano deciso di impossessarsi di quella terra desolata, aspra, brulla, dove l'estate il sole bruciava la pelle e l'inverno il freddo vento del nord pungeva come aghi nella carne. Avevano rifiutato ogni compromesso con l'uomo bianco, mai avrebbero lavorato per lui, mai si sarebbero inchinati ai suoi sporchi giochi di potere. Lo avevano combattuto con le pochi armi di cui disponevano, resistendo ad ogni suo assalto ogni volta con sacrifici più grandi. Avevano cercato in tutta quella riserva arida una zona dove potersi fermare, senza mai trovarla, e così dopo anni di peregrinazioni e nomadismo la sua gente aveva fame, era stanca di quegli inverni rigidi trascorsi a mangiare patate e combattere i nemici che venivano da ogni parte. Ma nonostante tutto la sua tribù non aveva perso lo spirito ribelle e nessuno voleva ancora arrendersi all'uomo bianco.
Quella sera Toro Seduto aveva deciso che eccezionalmente anche le donne avrebbero preso parte alla riunione, nonostante il disaccordo degli altri capi indiani, e tutta la tribù, uomini, donne, vecchi e bambini, adesso sedeva in cerchio attorno ad un fuoco incerto mentre gli ultimi bagliori del sole si esaurivano aldilà dei monti, lontano dal grande accampamento.

“Abbiamo perso, questa è la verità, non possiamo più vivere così. Abbiamo combattuto contro tutti, e cosa abbiamo ottenuto? Nulla. Siamo sporchi, malati, senza niente per cui vivere, niente da commerciare, Mompracem è stata un fallimento!”. Esordì Nuvola Rossa senza aspettare che la riunione avesse ufficialmente inizio “Dobbiamo andarcene di qui al più presto”.

“Sei un folle!” Attaccò Dieci Orsi, “Conosci un altro posto che non sia stato preso dall'uomo bianco? Vuoi forse vivere nel suo mondo?”. Io piuttosto morirò qui. Dobbiamo resistere, che ci piaccia o no, questo è l'unico modo in cui possiamo vivere, aldilà di quelle colline c'è solo l'avarizia, lo sfruttamento e il denaro degli uomini con i fucili.

“Fra poco torneranno di nuovo e questa volta ci stermineranno tutti se restiamo ancora qui.” disse Nuvola Rossa.

“Io starò qui ad aspettarli.”
“Morirai”
“E qualcuno di loro verrà con me.” disse Dieci Orsi sputando in terra.

Toro Seduto ascoltava con calma, fumando il suo calumet, avvolto in una grande coperta. Si era immaginato che gli animi si sarebbero scaldati subito ma era stupito di come Cavallo Pazzo ancora non fosse intervenuto. Se ne stava vicino al fuoco che non riusciva a scaldare, imprecando contro il vento e gli dei, ammassando pietre intorno a quella piccola fiammella che i piccoli squaw cercavano di tenere accesa. Per lui le parole non avevano mai avuto molta importanza, era un uomo d'azione, che preferiva i fatti ai discorsi. I suoi occhi scuri lampeggiavano costantemente di un furore intenso, e le poche volte che parlava, si facevano più grossi come se fossero sul punto di esplodere.

Con un lento gesto della mano Toro Seduto chiese la parola, e d'improvviso i due contendenti ammutolirono.

“Mio padre Bisonte che danza, nella sua breve vita mi ha lasciato alcuni insegnamenti importanti, e adesso è giunto il momento di condividerli con voi. Quando avevo undici anni mi trasmesse le sue conoscenze sull'arte della guerra. In poco tempo imparai a cavalcare, a usare l'arco, a combattere con il pugnale e ad affrontare qualsiasi cosa con coraggio e determinazione. Ma ricordati, mi diceva, la massima abilità di un guerriero è quella di sconfiggere il nemico senza combattere.”
“Io credo che sia finito il tempo di andare contro l'uomo bianco. Finché lo combatteremo con l'odio sterminatore degli spiriti malvagi che lui usa su di noi, non potremo mai vincere
Non sconfiggeremo mai l'uomo bianco se continueremo ad usare le sue stesse armi. Non dobbiamo andare contro l'uomo bianco, dobbiamo andare oltre l'uomo bianco.

“Che cosa vuoi fare allora vecchio?” lo interruppe furente Cavallo Pazzo.

“Io propongo di deporre le armi, oltrepassare quelle colline, e cercare nuove terre fertili.” disse Toro Seduto.

“Ma aldilà delle colline vive l'uomo bianco! Ci uccideranno, ci stermineranno!”, sbottò Nuvola Rossa “Non riusciremo mai a vivere con loro”.

“Ci vestiremo come loro, faremo finta di comportarci come loro, l'uomo bianco è stupido, quando avremo assunto il suo aspetto ci lascerà in pace. L'uomo bianco non sa vedere che con gli occhi.” disse Toro Seduto.

“E' una follia, così facendo tradiremo noi stessi, le nostre radici, la nostra storia” si oppose Piedi Neri, “Tu vuoi tradire il tuo popolo e interrompere il nostro cammino lungo la strada che porta alla felicità.

“Non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada. Io non voglio tradire nessuno. Se portiamo la pace e la forza dentro di noi non ha importanza dove andremo, tutte le strade ci porteranno nel posto giusto. Possiamo essere felici ovunque. Non abbiamo più bisogno di nasconderci nelle nostre tane, di vivere con la paura dell'uomo bianco.”

Udendo queste parole un gran vociare si diffuse nella tribù, alcuni davano cenni di assenso con il capo, altri, sopratutto i più giovani scuotevano la testa torturandosi le mani dalla rabbia.

“Queste sono le parole di un codardo” disse Nuvola Rossa con disprezzo. “Tu ci stai tradendo”.

“Tradisce solo chi rinuncia ad essere felice.” gli rispose impassibile Toro Seduto.

“Ho sentito parlare di una valle, a ovest delle Cime Nevose dove il sole splende ogni giorno dell'anno. La chiamano Passargada.” disse Dieci Orsi. “Me ne parlano da quando ero bambino e ho sentito dire che laggiù il grano cresce altro tre metri e le mandrie dei bisonti sono così grandi che quando si muovono senti la terra tremare e gli uomini non conoscono la guerra e lavorano insieme condividendo tutto quello che producuno. Potremmo provare a cercare quel posto.”

“E' troppo pericoloso, ribattè Piedi Neri, e poi non sappiamo nemmeno dov'è, non conosciamo nessuno che ci sia mai stato.”

Ma la tribù andava eccitandosi all'idea di lasciare le fredde e inospitali terre di Mompracem e grida di giubilo si levavano al cielo mescolandosi allo scoppiettio dei ceppi accesi. “A Passargada, a Passargada !! “ gridavano entusiasti molti, senza avere la minima idea di come potevano arrivarci.

“Conosco quel posto, disse Toro Seduto.” Poi fece una pausa e lentamente aspirò il fumo del suo calumet. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.

“Che aspetti vecchio”, disse Cavallo Pazzo, “dicci dov'è”.

“Molte leggende sono nate su quella valle, ma la verità è che non è un posto reale. Passargada è un luogo della mente. E' dentro di noi.” rispose Toro Seduto.

A quelle parole la tribù prese a rumoreggiare, alcuni si alzavano spazientiti, altri discutevano animatamente, i bambini infreddoliti piangevano, Piedi Neri scuoteva la testa poco convinto mentre Toro Seduto rimaneva in silenzio osservavando davanti a sé le ultime luci dell'imbrunire sparire nella notte. La luna piena brillava argentea, contesa tra le stelle e le nuvole. Le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere sulla tribù riunita intorno al falò, tutti iniziarono a tornare confusi e scoraggiati verso le proprie tende.
In mezzo a tutto quel trambusto Cavallo Pazzo si alzò e iniziò a camminare allontanandosi velocemente dall'accampamento.
I suoi lunghi capelli lisci si libravano nel vento come erba selvatica e il suo passo era sicuro e forte come quello di un cacciatore che ha appena individuato la sua preda. Poi tutto a un tratto si fermò e iniziò a scavare a mani nude una piccola buca. Quasi nessuno si era accorto di lui, solo Toro Seduto lo osservava con la coda dell'occhio. Quando Cavallo Pazzo ritenne di aver ultimato la sua opera, si tolse il tomahawk che portava sempre legato alla sua schiena e lo seppellì. Poi saltò in sella al suo cavallo, guardò con occhi iniettati di sangue il cielo attraversato dalle saette che velocemente avanzava verso l'accampamento. I tuoni scuotevano la terra e una fitta pioggia cominciava a cadere sempre più intesamente. Cavallo Pazzo si chinò sul suo purosangue e sussurrò qualcosa nell'orecchio dell'animale che nessunò poté udire. Poi strappò un ramoscello di cedro e puntandolo con il braccio teso verso l'orizzonte con un grido si lanciò al galoppo contro la tempesta, scomparendo nelle tenebre.



mercoledì 5 marzo 2014

Cambio

E' da un po' che ho in mente questo articolo e non mi decido mai a scriverlo. Perché non mi sento in grado di farlo. Ma forse nessuno, prima di iniziare qualcosa, si sente mai veramente all'altezza.
Lui alto non lo era affatto e sicuramente avrà vissuto mille situazioni in cui non si sentiva in grado. Di cantare, di scrivere canzoni, di cambiare. Eppure ci provava sempre, e quasi sempre ci riusciva. Soprattutto a cambiare, a spiazzare, improvvisare. E proprio Cambio è il primo album che ho ascoltato di Lucio, anche se all'epoca non lo sapevo.
All'epoca sapevo solo che in quella musicassetta che mio padre ogni tanto infilava nel mangianastri della sua Peugeot c'era Attenti al lupo, e un sacco di altre canzoni che poi sarebbero diventati i miei ricordi d'infanzia. L'avrò cantata chissà quante volte con i miei genitori, i miei primi ricordi musicali sono iniziati con lui. Con una casetta piccola così e tante finestrelle colorate e poi tuighidighidà oh-oh-oh-oooh attenti al lupo !
Ma non pensate che abbia ereditato una passione musicale per Dalla dai miei genitori. Tutt'altro. Di musica “leggera” in casa se ne è sempre ascoltata poca, e quella poca portava lo stesso nome di battesimo, anche se gli artisti erano due. Dalla e Battisti.
Dalla quindi è per me uno che c'è sempre stato, come un nonno, un parente lontano, un amico di famiglia che una volta ogni tanto viene a casa per fare una visita.
Qualche tempo fa mi sono messo a cercare quella vecchia musicassetta, dopo molte ore di ricerca l'ho trovata tra le ante di un mobile del salotto, senza la parte anteriore della copertina. Lasciata lì, come un'inutile, vecchia cosa qualsiasi.
Il giorno che morì, per una strana coincidenza, mi trovavo in macchina. Per un'altra strana coincidenza fu mia madre, anticipando incredibilmente social network e radio, a darmi la notizia dell'improvvisa scomparsa chiamandomi al telefonino. Gridai forte “No!” e i miei amici si voltarono perplessi verso di me, senza capire.
Tornato a casa presi la chitarra e suonai all'infinito Disperato Erotico Stomp. Perché, ripensandoci, secondo me Lucio avrebbe fatto lo stesso, prendendo in giro tutti, come sempre.
Ma se dovessi scegliere una canzone tornerei a quella vecchia musicassetta, quando ancora aveva la copertina color seppia sul davanti e la scritta Cambio. E' l'unico modo che mi è rimasto per tornare bambino.
E così, se solo avessi ancora un mangiacassette funzionante, prenderei una biro e farei scorrere il nastro come facevo un tempo, fino a sentire il fischio di quelle rondini. E poi chiuderei gli occhi, come dice la canzone, con semplicità, tornando di colpo nella vecchia Peugeot di papà.


Buon compleanno Lucio.

venerdì 28 febbraio 2014

Io e Giovanna

Zitto !! Non abbaiare!” - Ad abbaiare stasera, come tutte le sere, era il cagnolino bianco di Giovanna.
Io Giovanna la odiavo.
La odiavo perché trovavo che fosse una portatrice sana di bruttezza e mediocrità. Non era solo il suo aspetto a darmi quest'impressione, ma anche la sua voce sgradevole e volgare, o la sigaretta che perennemente teneva in bocca mentre parlava con le sue amiche del quartiere. E poi quel maledetto cagnolino bianco che abbaiava costantemente a qualunque cosa si muovesse.
Se passava una macchina lui abbaiava. Se passava una bicicletta lui abbaiava. Se passava una persona, un gatto, un altro cane, il postino, lo spazzino, l'arrotino, lui abbaiava. Insomma Cico (è questo il suo nome) non stava zitto un attimo.
Sui cani ho una teoria. La loro intelligenza è inversamente proporzionale al numero dei latrati emessi in media in una giornata. Ve la dico proprio così, in maniera scientifica.
I cani che non abbaiano quasi mai sono i più intelligenti e sono anche quelli che poi ti saltano alla giugulare quando devono farlo. Invece per gli altri vale il detto “can che abbaia non morde”.
Tornando a Giovanna invece si può dire che la sua vita si svolge perennemente in un quadrilatero di poche centinaia di metri. Casa, negozio, tabaccaio, casa. Premete il tasto repeat ed avrete conosciuto la storia della sua vita.
Ma non pensate che Giovanna sia una donna sola. Grazie al comportamento molesto del suo cagnolino bianco è riuscita a conoscere in poco tempo tutto il vicinato, divenendo in breve tempo l'amica e confidente di tutte le altre donne di mezza età, sole, con cane al seguito, che del mio quartiere sono la maggioranza assoluta.
La cosa che proprio non sopportavo di Giovanna era il suo negozio. Non tanto per il fatto che fosse uno dei parrucchieri (lei direbbe hair stylist) più chic della zona, quanto perché lei non ci lavorasse mai. E così, mentre un esercito di shampiste, stagiste, tirocinanti si spaccavano in due per portare avanti l'attività, la nostra Giovanna intratteneva conversazioni sui massimi sistemi sui marciapiede con il primo malcapitato.
Ma non con me. Intuito l'odio che doveva brillarmi negli occhi non appena incrociavo il suo sguardo, io e Giovanna non ci siamo mai rivolti la parola.
L'unico nostro momento di interazione si è realizzato quella volta che stava quasi per investirmi sottocasa mentre guidava il suo gigantesco Suv bianco mentre teneva in braccio il suo cagnolino bianco.
Di Giovanna in fondo io non so niente, anche se alcune cose credo di averle intuite. Per esempio che il bianco è probabilmente il suo colore preferito.
Se la odiavo era sostanzialmente perché lei per me rappresentava tutte quelle esistenze che si sono arrese ad una vita mediocre, sedentaria e vuota.
Ma ancor meglio perché sentivo che anche la mia vita correva il rischio di diventare esattamente così.
E invece ultimamente mi sono reso conto che qualcosa è cambiato. Lei continua a trascorrere i suoi giorni nelle strade del quartiere e il suo cagnolino ad abbaiare, ma da qualche tempo mi sono accorto di non odiarla più.
Non è questione d'abitudine o d'indifferenza. E' stata un'epifania improvvisa ma che deve essere incominciata diversi mesi fa. Solo che non ci avevo fatto caso.
In fondo perché devo prendermela così tanto con la povera Giovanna? Anche se abitiamo a pochi metri di distanza proveniamo da due galassie distinte. E i nostri microcosmi non potranno scontrarsi mai perché distanti milioni di anni luce. Adesso che credo di aver trovato il mio centro di gravità impermanente, il mio habitat naturale in cui rifugiarmi, ho di conseguenza imparato a rispettare il suo. Per quanto squallido mi possa sembrare.
E così stasera, per la prima volta, ci siamo salutati.

Buonanotte, Giovanna.


mercoledì 18 dicembre 2013

Salgari

Secondo Facebook Caffè Mompracem è una donna. Me ne sono accorto quando mi ha scritto “sei stata taggata in una foto”. Mi fa piacere e soddisfazione aver confuso in qualche modo il grande fratello che ci osserva socialmente. Ma vaglielo a spiegare tu a quello stronzo di Zuckerberg che un Caffè o un blog non hanno sesso. Che le parole non hanno sesso e che il verbo taggare dovrebbe essere bandito da ogni vocabolario di lingua italiana. Almeno non lo scriviamo, taggare. Suona anche male.
Oggi comunque non parlerò di niente, anche se poi si finisce sempre con il dire qualcosa. Però ecco vorrei parlare senza dare alcun senso alle cose. No, non voglio dire che voglio dire cose senza senso, dico semplicemente che non voglio darli un senso.
Ma forse, affermandolo, lo sto già facendo. Ok vabbè ricominciamo.
Secondo Facebook Caffè Mompracem è una donna.
Secondo molti Caffè Mompracem è una caffetteria. C'è anche qualcuno che mi ha inviato il suo Curriculum Vitae. “Esperienza pluriennale nei bar, confidenza con la latte art”. Ho cercato cosa sia la latte art, anzi l'ho googlato (!!!), fatelo anche voi. Googlate.
Googlate se gli togliessero una O sembrerebbe uno di quei paesi dell'hinterland milanese, tipo Gallarate, Lambrate, Segrate. Chissà forse esiste davvero, googlate Goglate e poi fatemi sapere.
Un'altra cosa incredibile è che quasi nessuno riesce a pronunciare correttamente “Mompracem”. Ho scelto un nome difficile, lo so. L'ho fatto apposta. Ancor di meno sono quelli che sanno cosa sia l'isola di Mompracem, le tigri di Mompracem, Salgari...ma non importa, non me la prendo, è un nome difficile. E poi se non lo sapete, manco a dirlo, potete sempre googlare e in un attimo è fatta.
Comunque Salgari (ve lo dico in anteprima per non farvi googlare troppo) era uno scrittore italiano, morto più di un secolo fa. Salgari scriveva di terre lontane ed esotiche che non poteva visitare, perché, come molti sognatori, era povero, frustrato e solo.
Sconfitto dai debiti, dalla malattia mentale della moglie e dagli obblighi contrattuali degli editori, prima di suicidarsi lasciò un biglietto in cui diceva:



A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una
 continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni
 che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”



venerdì 8 novembre 2013

Le mie Dr. Martens


La comparsa delle Dr. Martens non è avvenuta in una data precisa. Raccontano le leggende che i primi a indossarle furono certi operai inglesi, costavano pochissimo, erano resistenti e duravano per molti inverni. Negli anni della contestazione qualche studente le elevò, indossandole, a simbolo della protesta politica, e poi, con quella punta rinforzata che si ritrovano, potevi benissimo sfondare qualche macchina e uscire dai tafferugli con le unghie dei piedi ancora tutte al loro posto.
Negli anni Ottanta delle Dr. Martens si persero un po' le tracce, sappiamo solo che, con l'avvento delle scarpe da tennis e degli appariscenti anni del consumo, a mantenere questi anfibi ai piedi furono solo gli skinhead, i metallari e gli hooligans inglesi. Una roba da poveracci, sfigati perennemente incazzati con la società.

Nonostante le traversie del tempo le Dr. Martens sono arrivate fino ai giorni nostri e, in un buio pomeriggio d'inverno di tre anni fa, fino a me che le acquistai del tutto ignaro della loro storia.
Le comprai, semplicemente, perché mi piaceva la forma, l'aspetto (quelle colorate cuciture gialle sulla gomma scura) e sopratutto perché non le avevo viste in vendita da nessuna parte, erano praticamente introvabili.

Oggi pomeriggio invece con mia grande sorpresa le Dr. Martens campeggiavano in bella mostra nelle vetrine di ogni negozio di calzature della città. Nere, blu, rosse, a fiorellini, a scacchi: i mitici anfibi della working class sono tornati, e, inspiegabilmente fanno anche “tendenza”, come l'eskimo e la kefiah.
Quale logica commerciale ne abbia decretato la rinascita non mi è dato sapere, certo è che il loro prezzo è notevolmente lievitato rispetto a tre anni fa. E l'inflazione in questo caso non c'entra.
Guardando le Converse che ho al momento ai piedi mi vengono ancora a mente le parole del tipo del negozio di calzature mentre le consegnava nelle mie mani con una certa smorfia di disprezzo: “Queste le ho messe a metà prezzo perché sono il modello della scorsa primavera”. Insomma non erano più di “tendenza”.

Alla fine non credo sia giusto demonizzare le mode, il mercato globale o gli altri. Ognuno fa quel che crede e se non sa cosa credere allora crederà a quello cui credono gli altri. Quindi se vestirsi da finti poveri rivoluzionari incazzati con il sistema è diventato una moda non resta che prenderne atto.
Certo è che ad alcuni oggetti ci si affeziona, un paio di scarpe comode, un vecchio maglione sfilacciato sono le più intime e materiali reliquie della nostra anima e dei nostri ricordi. A vederli addosso agli altri ci si sente un po' defraudati, scoperti nell'atto di praticare la segreta arte di essere se stessi. Soprattutto se poi ti accorgi che il motivo per cui gli altri li utilizzano sono del tutto differenti dai tuoi. Perché per me, se non lo aveste ancora capito, indossare le Dr. Martens è un gesto di coscienza e non di tendenza, una questione semi-privata.

Mi domando allora per quanto ancora le potrò mettere ai piedi senza sentir svanire la mia identità in quella degli altri.
E' triste doverlo ammettere ma restare originali nell'era della condivisione totale è un'impresa eroica, come scalare l'Everest. Con le Dr. Martens ovviamente.

sabato 19 ottobre 2013

Novoli


La cosa che sorprende del polo universitario delle scienze sociali di Novoli, Firenze, è che assomiglia veramente a un'università. Ci sono cose normali per una struttura universitaria e quindi straordinarie per uno come me che si è laurato in un palazzo ottocentesco in rovina. Il palazzo ottocentesco della mia vecchia facoltà è semidiroccato e allo Stato costa più tenerlo ancora in piedi che costruirne uno nuovo. Ma non lo fanno, perché il mattone rende solo se si investe nelle case.

Al polo universitario delle scienze sociali di Novoli invece è tutto nuovissimo e pulitissimo. Ci sono enormi aule studio ad ogni piano, tutte piene in ogni ordine di posto di studenti che studiano veramente, in un silenzio che suona di concentrazione, con tanto di divisorio in mezzo ai tavoli per non distrarsi guardando chi si ha di fronte.

Al terzo piano del dipartimento di scienze politiche e sociali ieri c'era il colloquio per l'esame di dottorato. Un cartello avvisa che non si può prendere l'ascensore senza prima consegnare un documento d'identità in portineria. Sticazzi, prenderò le scale. Errore. Dopo tre piani di scale un altro cartello mi avverte che per aprire le porte ci vuole il badge. Il badge è una tessera magnetica ma in italiano non vale.

Al polo universitario delle scienze sociali di Novoli si devono dare una certa importanza, mi dico, altrimenti non avrebbero adottato un sistema di accesso che si ispira a quello della Nasa o della Cia. Forse il dipartimento nasconde documenti essenziali per la storia politica e sociale del nostro paese. Forse qui i professori sono ancora minacciati dalle nuove Brigate Rosse e vanno in giro con la scorta. Forse sono solo molto zelanti. Chissà. Ad ogni modo raggiungo la portineria, il bidello (che se leggesse non mi perdonerebbe mai di averlo chiamato così) mi conferma che per prendere l'ascensore, le scale e l'elicottero (da qualche parte deve esserci anche quello) ci vuole il badge. Il badge. Ma lui adesso non me lo può dare, perché sono finiti, li hanno tutti presi i miei colleghi. Dopo qualche minuto di trattativa lo convinco ad aprirmi le porte dell'ascensore con il suo badge.

Il terzo piano del dipartimento di scienze politiche e sociali del polo universitario di Novoli assomiglia al reparto di una clinica ospedaliera. Privata. Ci sono le luci al neon, la moquette, le stampe antiche della città di Firenze incorniciate alle pareti, la sala d'attesa, con divani in pelle, tavolini con tanto di quotidiani, riviste settimanali e rotocalchi. Cerco la pianta di ficus (simbolo del potere, direbbe Villaggio) ma con un pizzico di delusione mi accorgo che non c'è.
Mi siedo sul divano ma subito mi accorgo che c'è un caldo incredibile. Mi sposto verso la finestra, fuori c'è una bella giornata autunnale, con un sole tiepido che scalda la terra alla giusta temperatura. Guardo fuori e sono contento, anche se le finestre sono bloccate (ci vorrà il badge per aprirle?).

Qui, a Firenze, al polo universitario di Novoli, tutto sembra più grande, più efficiente, insomma, migliore. Di colpo mi rendo conto di quanto sia provinciale la mia vecchia facoltà, ma anche la mia vita. Di quanti limiti si compone la mia mente, di quanto poco basterebbe per buttarli giù (qualcosa da fare, un treno, una mattina d'ottobre) di quanto sia difficile trovare delle idee, costruirsi un progetto che non sia limitante per se stesso. Finora ho solo scambiato la mia provicia con altre province. Arezzo, Pisa, Bordeaux. Che poi era Bègles, una povera banlieu. E' colpa mia, è colpa del mondo, non so.

Un'intervista a un giovane calciatore sulla rivista che ho in mano mi riporta alla realtà. Marco Verratti gioca nel Paris St. Germain da ormai un anno e mezzo. Dice che andarsene da casa a 19 anni gli è pesato molto. E' molto difficile integrarsi a Parigi, dice. Però adesso assicura che del francese capisce tutto, è solo che non riesce ancora a parlarlo. Per il suo compleanno si è fatto un regalo, si è comprato un Suv, bianco, con i vetri oscurati, anche se non ha ancora la patente. Agli allenamenti ce lo porta uno degli chaffeur della società. Non ha nemmeno il diploma di maturità, si è fermato al secondo anno di ragioneria, perché gli allenamenti non gli permettevano di studiare.
A Parigi delle volte si sente molto solo, per fortuna che si portato con sé la fidanzata, il fratello e i genitori. Appena può però torna nella sua Pescara, perché lì c'è tutto, lì non gli manca niente. Alla fine dell'intervista Marco Verratti ci confida che quest'estate stava per tornare in Italia, una grande squadra lo aveva cercato ma poi il club parigino gli ha ritoccato il contratto e lui ha deciso di rimanere. Adesso prende 1 milione e ottocento mila euro l'anno.
- Come hai deciso di investire i tuoi soldi?
- Nel mattone, risponde Marco, mi sono comprato una villa a Pescara, e poi una New York. Non ci vado quasi mai però quando capita è bellissimo, sembra di vivere dentro un film. Però niente è come Pescara, lì non mi manca niente.

mercoledì 9 ottobre 2013

DIECI



Un pungente odore di calzini sporchi, un mal di testa sconfitto quando ormai è ora di andare a dormire. La punta del mio naso è fredda come non succedeva da mesi lontani e privi di bei ricordi.

Nelle mie parole al vento di stamani ripetevo che bisogna respingere l'arrivo dell'inverno a colpi di sorrisi e risate.
Ma i canali della Venezia muoiono ogni giorno, immobili, senza corrente, come i suoi avventori notturni che bevono e fumano su quelle torbide acque sicure. Non arriveranno mai al mare, entrambi.

Non riesco a finire niente perché faccio finire tutto, anche i miei buoni propositi e l'ottimismo a tempo determinato, e c'è ancora qualcosa che ostruisce il passaggio, come quel ponte rimasto diga, confine di cemento tra il dolce e il salato. E dopo un panino vegetariano con funghi scaduti, l'umido della notte nelle ossa, dopo che gli altri fumano canne e mangiano carne evocando notti folli e sanguinolente, incontri ravvicinati con ominidi e delinquenti di natura varia, trovare dentro un sorriso diventa impresa ardua.

E' rimasto solo di urlare DIECI nella sala Beckett.

E alla fine condividere tutto questo con voi, amici e non, non offendetevi, è ancora più penoso che scriverlo. Eppure c'è ancora questo bisogno, la speranza silenziosa che giace in fondo alle parole, di essere capiti, almeno da qualcuno.



 

domenica 29 settembre 2013

Il mio nuovo Blackberry aziendale

Con il nuovo Blackberry aziendale la mia agenda cartacea è diventata pressochè inutile. Sarei inefficiente se continuassi ad utilizzarla. Pensate solo al tempo sprecato per scriverci. Prendere l'agenda dalla borsa, cercare la penna che poi non scrive, rimettere tutto a posto...senza considerare il peso di portarla sempre con sè. Adesso invece, con il mio nuovo blackberry aziendale, è tutto più semplice, basta un clic e ti sincronizzi. Ti sincronizzi. Così. L'agenda di outlook del blackberry poi, è una cosa formidabile. Chiunque dei tuoi amici può vedere quando sei libero e prendere un appuntamento senza bisogno di fare venti telefonate. Naturalmente anche i miei amici e colleghi hanno un blackberry, si sincronizzano e in qualsiasi momento possono vedere quali sono gli spazi rimasti ancora vuoti sulla mia agenda. Ti sincronizzi, è facile, così. Guardate, questa è la mia agenda elettronica, praticamente tutte le mie giornate del prossimo mese sono state progettate senza che abbia dovuto fare una sola chiamata. Guardate questa è la mia giornata di domani. Ore 9 chiamare giovanni, 9.30 colazione di lavoro con Michela, 11 fare gli auguri a mamma, 11.15 caffè con l'ing. gustinetti, 13.45-14.15 taglio di capelli, 17 dentista e così via. Naturalmente l'agenda distingue con colori differenti gli impegni di lavoro da quelli extraprofessionali in modo tale da visualizzare immediatamente la densità di ciascuna giornata. Da quando possiedo il Blackberry aziendale la mia vita è cambiata, è la verità, è così. Perchè con il blackberry siete più veloci. La vostra vita diventerà più veloce. Più veloce. Più veloce, più veloce. Più veloce, più veloce, più veloce. La vostra vita andrà talmente veloce che non vi accorgerete neanche che è già finita, come la mia. Così.

mercoledì 11 settembre 2013

Gli alberi lo sanno


A braccia aperte Carolina ripete poesie, zampettando sul prato sempre più verde del parco.
L'autunno è arrivato solo qua, soffia tra le foglie dei tigli con il suo vento fresco.
Porta con sé i sintomi inequivocabili della novità.

Si ripete di nuovo il miracolo del capodanno, sta succedendo ancora, tutto sembra nuovamente possibile, e noi poveri idealisti ancora crediamo che il cambiamento sarà migliore, che questo tempo non ci porterà solo verso un altro inverno con il naso schiacciato sulla finestra a fissare il nulla, il vuoto generato da questa umanità artificiale, mediocre e sconfitta.

Per voi settembre non arriverà mai, e dell'autunno non vi siete nemmeno accorti, non sapete che guardare le vostre macchine e quelle degli altri.

Solo gli alberi che restano lo sanno, che saranno loro a sopravviverci, perché sanno cambiare, perché conoscono il vento, il vento di settembre.

martedì 30 luglio 2013

No al rigassificatore !!!!


A partire da oggi il panorama cittadino si arricchirà di una nuova presenza. Sulla linea dell'orizzonte, a 12 miglia marine dalla costa livornese, sta per essere definitivamente ancorato il famoso rigassificatore. In parole povere si tratta di un supercargo alto circa come un palazzo di 8 piani che fungerà da convertitore di gas dallo stato liquido a quello gassoso, prima di inviarlo, tramite gasdotto sottomarino già realizzato, alla stazione ASA di Stagno. Sì, sì, la stessa ASA che meno di 5 mesi fa ha lasciato una città intera senz'acqua per una settimana. Ma tornando al rigassificatore, per il raffreddamento del gas, necessario alla sua trasformazione, l'impianto verserà in mare circa 300mila metri cubi di cloro al giorno, che significa 630 tonnellate di cloro all'anno. Il tutto in piena area marina protetta. Sì, avete letto bene, il santuario dei cetacei verrà profanato da questo mostro marino costruito per il guadagno di pochi industriali e il pericolo di tutti.

E i danni ambientali? Macché, si tratta solo di versare cloro in mare, che altro non è che acqua sterilizzata, la stessa che è presente nelle piscine. A tal proposito suggerirei ai proprietari dell'impianto di sterilizzare più acqua marina possibile, garantendo un servizio a tutti i bagnanti che così finalmente non dovranno più togliersi quelle fastidiose tracce di salsedine sulla pelle.

Nessun pericolo inquinamento quindi, tant'è che l'OLT, la società titolare dell'impianto risarcirà il Comune di Livorno per l'impatto ambientale della struttura. E forse adesso cominciate a capire perché la nostra lungimirante amministrazione locale abbia acconsentito all'arrivo del mostro.

Si sa, quando si parla di denaro, l'ambiente, la sicurezza, la salute, diventano aspetti che passano in secondo piano. Quei soldi verranno utilizzati probabilmente per costruire una nuova rotatoria o per rifare gli spogliatoi degli arbitri dello stadio Picchi. Avessero mai a lamentarsi, gli arbitri.

Dopo la chiusura della Fortezza Nuova e della Fortezza Vecchia, la paventata chiusura del Teatro Goldoni e di quella del Nuovo Teatro delle Commedie, dopo l'approvata cementificazione di Montenero grazie alla costruzione del nuovo ospedale, la chiusura di tre cinema per far spazio a parcheggi deserti, catene internazionali di abbigliamento e banche, si consuma così un nuovo scempio del patrimonio cittadino. Un nuovo fulgido esempio di alta valorizzazione dei beni culturali, architettonici e ambientali ad opera della giunta comunale targata Cosimi.

Da anni il bilancio comunale di questa amministrazione si tiene in sofferto pareggio a colpi di cemento, industrializzazione selvaggia e inquinamento: è l'ora di dire basta.

Domenica 4 agosto, alle ore 21 in Piazza Mazzini a Livorno, avrà luogo il funerale di questa città, uccisa dalla cieca ottusità dei suoi amministratori e politici locali. Invito la cittadinanza a partecipare con dolore e rabbia alla manifestazione contro l'ennesimo abominio ambientale consumato a danno della cittadinanza.


martedì 4 giugno 2013

Una stagione di fede assoluta


E' finito tutto davanti ad uno schermo di un portatile collegato su uno dei tanti siti illegali che trasmettono partite di calcio in streaming. Vedendo l'enorme coreografia con la scritta “Combatti” apparsa in Curva Nord devo ammettere che mi è venuta parecchia rabbia per non essere lì. Io che quest’anno mi ero visto pure Livorno-Pro vercelli sotto l'acqua, io che non mi ero fatto mancare nemmeno la Coppa Italia di agosto. Ma si sa, in dieci mesi succedono tante cose nella vita di una persona, o almeno a me piace che sia così. E in questo caso il destino mi ha portato a guardare la partita delle partite, la finale di ritorno all'Armando Picchi, seduto sul letto di una casa sperduta nell'ultima banlieu di Francia. Chi l'avrebbe detto.

Non vorrei commentare la partita, è andata come era giusto che andasse, non vorrei commentare nemmeno le mie urla solitarie e il senso di malinconia che si prova nel festeggiare da soli per una cosa che nessuno intorno a te può capire. Vorrei invece scrivere per quelli che capiranno benissimo di cosa sto parlando, per i livornesi, e se lo faccio solo adesso è forse perché a guardarli da lontano si riescono a capire meglio, come certi quadri impressionisti. Ma Livorno, nonostante Fattori e Modigliani, ha un'anima che in fondo ha poco a che fare con l'arte. Per capirla veramente bastava quest’anno andare in Curva Nord, una sorta di museo di storia naturale a cielo aperto che mette in mostra la fauna locale. Sì perché in curva ci sono delle vere e proprie specie rare, individui che non potresti trovare da nessun'altra parte al mondo, che riflettono perfettamente lo spirito della città. E' per questo che mi piace andarci. Ogni volta è una specie di esperienza socio-antropologica che si intuisce semplicemente osservando la genuinità verace del tifoso, perennemente in bilico tra il dramma sportivo e l'ironia canzonatoria. Nel livornese allo stadio c'è qualcosa di originale e unico, qualcosa in via d'estinzione come la sua fede politica, ma che tuttavia resiste e si mostra con orgoglio.

Quella pancia accogliente, quei gradoni di cemento consumati da quasi cento anni di pioggia, di sole, di vento e di bestemmie, durante le partite assomiglia a un vascello, un galeone di pirati dove si lanciano cori come fossero ordini di navigazione, dove capi ultras arrampicati in posizioni improbabili urlano come timonieri che spronano al canto una ciurma esausta e ignorante.

Ecco questa è la Curva Nord, una nave pirata troppo svogliata per salpare dal suo porto, troppo attaccata alla terra per prendere il mare e che allora si ritrova ogni sabato o domenica che sia, per gridare e per sostenere la maglia che porta il colore della sua bandiera, la bandiera amaranto. E così, sorretti dalla fede in Che Guevara e Igor Protti, i pirati livornesi, dopo qualche anno di dissidenze, si sono ritrovati compatti, sugli spalti, a incoraggiare senza sosta gli animi dei giocatori della propria squadra. Non hanno mai chiesto la vittoria, fateci caso. Il tifoso livornese non vuole vincere, perché non è abituato a farlo, perché sì, diciamocelo per i provinciali come noi il successo è un lusso che non possiamo concederci a lungo perché non ne sapremmo sostenere il peso.
Solo una cosa volevano vedere: il cuore.
Perché quando tifi Livorno non ti puoi permettere di essere molto esigente, ma chiedi solamente di vedere sul campo quello che tu hai imparato a fare benissimo, ovvero saper soffrire, e alla tua squadra cerchi di infondere la stessa abitudine e lo stesso coraggio a farlo, a lottare contro tutti, contro il potere, contro la giustizia e l'ingiustizia. Perché chi è piccolo per sopravvivere questo deve saper fare: combattere, anche se è tutto inutile, anche se contro lo Spezia in casa perdi 5-0 e ti hanno espulso il portiere dopo nemmeno 10 minuti per un fallo che non c'era. Perché alla fine hai perso solo se smetti di cantare, e in quella partita, al termine dei 90 minuti c'era solo una tifoseria che cantava ed eravamo noi.
Non credo che molte squadre possano vantare una tifoseria che sul 5-0 per gli avversari faccia quel tifo, con quella forza, con quell'irrazionale orgoglio disperato che ho visto negli occhi della gente quella sera di ottobre. E' nato tutto là, è stato come un miracolo, quel coro recitato all'infinito come un mantra che racconta di una curva che “non si lascia rallentar”, una preghiera profana scagliata contro il destino infame e la voglia di farcela comunque. La stessa irrazionale voglia che ci ha fatto rimontare 2 gol al Sassuolo, sotto una pioggia battente di Dicembre, e che poi si è andata a depositare sul piede di Salviato,uno che di solito con il pallone non ha molto feeling, un attimo prima di folgorare il portiere nel “sette” facendoci vincere la partita.
Tutti segnali di un annata che non poteva andare diversamente, che doveva concludersi così, con le invasioni di campo, i giocatori portati in trionfo e la festa nelle strade che posso solo immaginare. L'ultima immagine in diretta che ho nella mente, prima che la connessione internet crollasse definitivamente, è la faccia stravolta dalla felicità di Emerson, uno che di battaglie sportive e non, deve averne fatte parecchie. Con questo non voglio idolatrare nessuno, né i giocatori, né i tifosi.

Personalmente credo che le passioni, e più in generale la fede cieca, di qualsiasi tipo, spesso ci impediscano di crescere, di evolverci, di migliorarci. Ma al tempo stesso sono una di quelle poche cose che ci permettono di trovare un senso alle nostre giornate. Forse è proprio per questo che il simbolo della nostra città non è diventato Ferdinando I vincitore sui Mori, ma proprio quei 4 sporchi pirati incatenati. Ecco quelli sono i livornesi, quelli, volenti o nolenti, siamo noi.
Tra qualche mese nuove sfide calcistiche attenderanno la città, nuove trappole gli verranno tese, ma state certi che i pirati saranno ancora lì, sporchi, incatenati, pronti a combattere, fino all'ultimo bandito per restare schiavi della propria passione.

Avanti tutta Livorno !



mercoledì 1 maggio 2013

Chiedi alla polvere


Erano da poco passate le tre di un mattino incomparabile. Il blu e il bianco del cielo e delle stelle erano di una tale purezza, di una dolcezza così toccante che dovetti fermarmi, quasi stupito di tanta bellezza. Le foglie polverose delle palme erano immobili. Il silenzio era totale.

La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì, come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.

Guardai verso sud, in direzione delle grandi stelle, dove si stendeva il deserto di Santa Ana e pensai che laggiù, sotto quelle stelle, viveva un uomo che il deserto avrebbe inghiottito prima di me. Io avevo in mano qualcosa di suo, un’espressione della sua lotta contro l’implacabile silenzio al cui interno stava per essere scagliato. Poco importava cosa fosse, assassino, barista o scrittore, il suo destino era il destino di tutti, la sua fine era la mia fine e in quel momento, nella città di finestre chiuse, c’erano milioni di individui come lui e come me, indistinguibili l’uno dall’altro come fili d’erba secca. Vivere era già abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico.
 
 
                                                                                                       John Fante - Ask the dust

venerdì 22 febbraio 2013

Cartoline dal finestrino

Mentre attendo il destino comparire in una pagina internet, mi avvolge l'aria gelida e piovosa di febbraio. E' uno di quei giorni in cui adoro sentire il naso gelato e gli scarponcini neri bagnati dalla pioggia sottile di questo cielo senza speranza, cupo come le facce dei pendolari che incontro ogni mattina alla stazione.
E' uno di quei giorni in cui l'inverno sembra esserci da sempre, così come l'eskimo che pesa 12 chili, i guanti senza dita e la sciarpa di lana arancione che indosso da un'eternità.
Oggi è uno di quei giorni in cui sembra incredibile aver potuto passeggiare in questa stessa città con indosso una maglietta e i pantaloni corti. E i tuffi nel mare del Salento nuotando verso la Grecia e i Balcani appaiono nella mia mente come un sogno sognato una di queste notti, sotto le tiepide coltri di coperte e piumoni vari.
I ricordi e i sogni sono composti della stessa materia. Anche il passato è una forma di immaginazione che modifichiamo ogni volta, con lo scorrere del tempo.
A guardarlo così, il cielo (cioè dal finestrino di un treno che mi prende e mi lascia sempre negli stessi due posti) sembra impossibile che questo inverno finirà, che torneremo a ballare nei prati, a fare il bagno al mare.
A guardare così la gente, i vagoni ed io, sembra che tutto sia destinato a restare per sempre immobile. Ma non sarà così. D'improvviso un giorno il cielo dirà che è primavera e ancora ingenuamente penserò che da adesso in poi tutto sarà migliore, che questa gente, questi vagoni e questo io non ci saranno più. Che fioriremo tutti altrove. Perchè ad ogni primavera i fiori non rinascono mai nello stesso punto. Quel giorno userò ancora l'immaginazione, il sogno e il ricordo, crederò ancora nella felicità del cambiamento. E forse solo allora la smetterò di aspettare il destino comparire in una pagina internet.

domenica 6 gennaio 2013

Una ricerca rigida e confusa


Ancora un altro sabato cominciato in una macchina e finito in un’altra, iniziato in una città e terminato in un’altra, le compagnie della notte che si avvicendavano come un valzer. Sabato di città battute a piedi per cercare di non bere, perché abbiamo tutti gli stomaci troppo rovinati dai viaggi, dai tirocini mal retribuiti e dal volontariato poco volontario. Di città attraversate in auto, verso il porto e il cielo che ieri notte assomigliava esattamente a come dovrebbe essere una notte di dicembre. E le chiacchiere alla ricerca di qualcosa che ci manca sempre ma non sappiamo cos’è, una luce blu che colorava le nostre parole, una vaschetta di patatine condivise, amici, sguardi disillusi, una ricerca rigida e confusa, le tre di notte, musica che non ascolta nessuno.
Disumane pazienze mi corrodono la mente arrugginita dall’abitudine eppure ancora disposta a sognare, a sbattere questo corpo umano, con tutte le sue necessità, nella solitudine di due città divise da un fiume con un nome cattivo, una palude, una raffineria, una base militare. Le peggiori schifezze dell’uomo ammassate in quei venti chilometri di distanza.
A volte vorrei non scendere da quel treno, fingere di essermi addormentato e proseguire la strada dei binari, senza sapere dove andare eppure andare lo stesso, come se fosse sabato sera e non lunedì mattina, come se non ci fosse passato, per vedere se è mai possibile almeno una volta capire tutto insieme, nello stesso istante, un’illuminazione globale su come devono andare esattamente le cose. E riuscire a non guardare più i palazzi di sette piani, il telefono, facebook, l’orologio.
Sabato accanto a un fosso, sabato in collina, sabato circumnavigato, sabato ammazzato, e le gambe che possono portarci ovunque se solo ce ne rendessimo conto. E chiediamo l’aiuto del vino, della birra, degli occhi delle solite persone per sentirci meglio. Undici ore di sonno possono bastare per non dormire per altri tre giorni, ho fatto il pieno e caccio il mal di testa con le tazzine dei caffè pagati settanta centesimi con i miei guanti da barbone, perché avevo finito i soldi e in quel bar c’era solo rds con la sua musica nazional popolare, con le canzoni da autogrill, canzoni da suv con pagamento rateizzato, tag 180 taeg 160.
Ma non ascolto, non vedo, non sento più niente. I precipizi non fanno male se non ci cadiamo dentro. Guardo tutta quella gente che parla, beve, balla, fuma e si diverte con i soldi dei genitori, della nonna e della zia e mi chiedo se c’è ancora qualcuno che non ha capito che tra vent’anni saremo tutti poveri. Tutto questo finirà ma che importa, spingiamo la notte più in là, addentriamoci ancora un po’ nella foresta dell’ignoranza. Quando andremo a sbattere forse staremo ancora ridendo.

Usciamo ancora la sera per respingere il pensiero del lavoro che incombe, e forse le uniche ore vissute sono quelle passate a distrarci, le attenzioni sono tutte perdite di tempo, e il denaro è più bello sperperato nei vini. Voto di castità, voto di libertà, voto utile, le mie primarie sentimentali non hanno vincitori, magistrati al comando della sinistra, un tempo li ammazzavano adesso li votano, da quando la legge è diventata di sinistra. Disillusioni piene di idealismo, il sapore di una consapevolezza, la paura di un dubbio, la viltà di lavorare, il coraggio di continuare a farlo o viceversa.

E’ l’ultimo giorno dell’anno e invece tutto è senza fine, tutto è senza inizio, tutto scorre dentro me, senza di me. L’io disinfettato, ripulito da tutti i sogni, bisogna restare attaccati alla realtà per vivere bene, è calda, comoda e puzza come tutto ciò che è marcio. Ancora i cocteau twins per illudersi di non essere qui, di non vivere questo momento ma un altro, eterno, in un luogo pacificato, demonetizzato. Una vita passata ad aspettare il venerdì sera per poi dormire presto. Come fa male vivere in un tempo così vuoto. Ma dobbiamo continuare la ricerca fino in fondo, anche se non sappiamo cos’è che ci serve, cos’è che vogliamo e dove si trova. Anche se non ne abbiamo più voglia. Eppure dobbiamo cercare.

lunedì 29 ottobre 2012

Il sorriso del lunedì

Il sottopassaggio della stazione alle 8 e 30 assomiglia ad un grande imbuto che riversa masse assonnate di studenti, lavoratori e quant'altro, nella bottiglia, dal collo sempre troppo stretto, di una nuova settimana che sta per iniziare.
Ti confondi con quella gente, ne sei parte, ma c'è una cosa che ti differenzia ancora da loro: la curiosità. Camminano tutti con la testa bassa, gli occhi persi nel vuoto o nell'I-Phone che stringono nelle mani come un amuleto prezioso. Si muovono per inerzia e abitudine. Tu invece no. O almeno, non ancora. I tuoi occhi frugano tra le persone alla ricerca di un volto noto, di una faccia interessante o di qualcosa che non sai nemmeno tu cosa sia. A volte hai l'occasione di scambiare due parole con qualche amico, conoscente o semisconosciuto, da cui scaturiscono conversazioni brevi e imbarazzanti sul tempo, le partite della domenica o chissà che altro. Il tutto mentre ti sforzi di ricordare il nome del tuo interlocutore. Non ci riesci quasi mai.
Altre volte invece ti capita di innamorarti per una attimo della tipa che ti ha appena degnato di uno sguardo distratto, mentre correva verso il suo treno. Quando è già scomparsa dietro le tue spalle, come ogni volta pensi che l'amore sia solo una questione di fortuna, sospiri e vai avanti, affrontando la rampa di scale che ti porterà verso una nuova giornata, verso un nuovo punto di domanda che solo il tempo saprà spiegare, sperando ancora in un incontro fortuito, in un inciampo felice che faccia tornare i conti pari, che rimetta le cose al loro posto.
In fondo ti basterebbe poco. Baratteresti volentieri gli ultimi due anni di sfighe per due ore felici. Sarebbero sufficienti a ricaricarti e per rimettere la bilancia del presente in parità. Un condono del tempo perduto.
All'uscita della stazione osservi i senegalesi, con chili di ombrelli appesi sugli avambracci, guardare speranzosi il cielo grigio e carico di pioggia. Forse baratterebbero anche loro, gli ultimi due anni per due ore di pioggia. Si, due ore di pioggia, quattro ombrelli venduti e venti euro in tasca, per far tornare i conti pari, almeno fino a sera. E così, dopo aver rifiutato l'ultima offerta di riparo sotto un ombrello dalla breve aspettativa di vita, ti senti un essere piccolo ed egoista per aver pensato a quello che ti manca senza aver considerato quello che hai e che hai sempre avuto senza neanche essertelo meritato. E allora pensi che forse è meglio mettere da parte i conti, le bilance e le sfighe immaginarie, e semplicemente continuare a camminare verso il tuo nuovo lavoro mal retribuito, senza perdere di vista l'orizzonte, anche quando non riesci a scorgerlo.
Arrivi con il tuo ritardo cronico, fai un cenno alla portiera con il piercing sulla fronte, lei ti saluta e apre. In ascensore cerchi di aggiustarti i capelli, puntualmente fuori posto e recentemente deturpati dal tuo parrucchiere, sempre così distratto, che mentre ti chiede che taglio desideri parla con altri due clienti, guardando il televisore con le forbici in una mano e una lattina di birra nell'altra, e se gli squilla il cellulare lo vedi esitare per un attimo finchè poi si decide, posa le forbici e risponde. Perchè tra le forbici e la lattina vince sempre la lattina.
Arrivi davanti alla porta del tuo ufficio e prima di entrare prendi un respiro profondo, cercando anche stavolta di trovare l'antidoto a tutto quel veleno di ordinarietà che sta per arrivarti addosso. Lo trovi forse in quei braccialetti comprati dai senegalesi che la manica allungata verso la maniglia della porta fa scoprire. Ti riportano ad epoche lontane, felici e spensierate. Poi entri, guardi i tuoi colleghi e mentri li saluti ti accorgi senza capire che anche questo lunedì stanno tutti sorridendo.

venerdì 7 settembre 2012

How about I be me (and you be you)


Sinead O’Connor. E chi se la ricordava più. Poi sento la sua voce alla radio e la riconosco. Si, è proprio lei, strano però che questo pezzo non lo avevo mai sentito. Deve essere di un album vecchissimo, suona troppo anni Novanta. Strofa, ritornello, orecchiabile riff di chitarra elettrica dal gusto pop/rock e poi via per il rush finale in crescendo. E invece poi scopro che la canzone in questione è il singolo del suo nuovo album che si intitola How about I be me (and you be you). Premetto che non sono un fan di Sinead, la conosco soltanto, come tutta la mia generazione cresciuta a videogiochi e Mtv, per il video di Nothing compares to you, canzone imprescindibile di tutte le compilation musicali dell’ultimo decennio del secolo scorso. Roba che sanno anche i muri. Poi la credevo morta, almeno musicalmente e, a quanto pare,  non solo. Per curiosità cerco qualche sua notizia su google e vedo una foto terribile, dove sembra vecchissima, i capelli sempre a zero ma ingrigiti, un enorme tatuaggio di Cristo a colori sul petto e il viso imbolsito che non ha più nulla di quella bellezza angelica di cui tutti, nel famoso video di cui sopra, ci eravamo un po’ innamorati. Insomma Sinead si era persa nei meandri del suo successo, seguendo una parabola discendente comune a tante rockstar. Depressione, tentati suicidi, tentati matrimoni, botte di fede che la portano a prendere i voti di suora, poi di nuovo musica con parecchi album fallimentari.
Come essere me stessa, si chiede Sinead, e non lo sa neppure lei come fare, con tutti quegli attacchi schizofrenici che le fanno annullare un tour due giorni dopo l’annuncio delle date. Eppure, per un estraneo, sarebbe così facile dirlo chi è Sinead. Lei è quella voce, quel suono che, qualsiasi pazzia decida di fare la sua mente, non cambierà mai. E’ l’unica cosa di lei che la rende riconoscibile a se stessa. E forse l’unica ragione che la tiene ancora in vita. 
Probabilmente non saprà mai come essere se stessa, Sinead, ma continuerà a chiederselo per il resto della sua vita, tra una pasticca di psicofarmaco e una preghiera. Sono cose a cui non c’è una risposta definitiva, assoluta, valida nel tempo.
Se potessi rispondere a Sinead, dal basso della mia esperienza, le direi, molto banalmente, che siamo quello che stiamo facendo in questo momento. Che non ci sono otto personalità dentro di noi, ma una sola, che è quella che parla in questo momento, e poco importa se fra dieci minuti si contraddirà, se la suora comincerà a strappare le foto di Papa Giovanni Paolo II, o se crederemo di essere meglio di così. Finché qualcosa non intervenga nella nostra vita o non decideremo di cambiarla, continueremo a essere quello che facciamo, a essere il luogo dove abitiamo, il lavoro che cerchiamo, gli amici con cui parliamo. Per lei basterà tornare a cantare, suonare o scrivere per riappropriarsi di sé. E chi se ne frega se la sua nuova canzone sembra provenire direttamente da venti anni fa e se non avrà successo.
Per gli altri comuni mortali, per tutti quelli che non adoperano appieno i propri talenti nascosti o per coloro che non ne hanno affatto, la risposta è più difficile. Si tratta ogni volta di mettersi alla ricerca, di compiere indagini esteriori ed interiori, per trovare qualcosa che forse non c’è neppure. Si tratta di prendere in mano ogni giorno il groviglio intricato dell’esistenza ed escogitare un nuovo metodo per sfilare la matassa, o almeno per sciogliere qualche nodo. Magari non si riesce a sbrogliare un bel niente ma si mettono in pratica delle virtù come la calma, la pazienza e la perseveranza che possono risultare molto utili. E solo allora si capisce dove si doveva arrivare. Che il nodo gordiano era solo una scusa, un pretesto per allenare la propria coscienza, per portarla a livelli di difficoltà superiori, perché i nodi nella vita continueranno sempre a crearsi, ciò che cambia è il modo di affrontarli. E allora  torniamo a fare quello che ci riesce meglio, torniamo a tirare i fili, tentare le combinazioni. Torniamo a provare, disfare e ricominciare da capo. Come ogni maledetto settembre. Come Sinead.

domenica 8 luglio 2012

Day in Day out

Laddove la quotidianeità ha preso le sembianze della patologia, guardo pieno di ammirazione tutte le persone rimaste a combattere le propria battaglia per imparare a non fuggire dalla vita.
E' una sfida impari, contro una contemporaneità feroce e plebea (le moto ammassate tra le auto extralusso abitate da cosce abbronzate, sorrette da tacchi vertiginosi, nell'abituale sfilata moda e mare dell'estate)  privata di etica e di senso di appartenenza e motivata unicamente da quello dell'apparenza.
Trovo ispirazione in tutti coloro che, consapevoli dei propri limiti e di quelli della società attuale, anzichè spegnersi e rassegnarsi, fanno delle loro debolezze la chiave con cui provare a forzare la porta del domani. Esistenze piccole, inoccupate e incerte, cento volte sconfitte, ma che non si sono lasciate abbattere dalle angherie del passato e dalla tragica consapevolezza del presente, ma che continuano a elaborare nuove forme di resistenza di fronte all'usura del tempo.
La guerra è qui, in questo paese, in ogni giorno che viviamo. Vorrei riuscire a viverla con la forza di chi, senza rabbia e senza disperazione, si pone come obiettivo non quello di sconfiggere il nemico, qualunque esso sia, ma di conquistarsi una porzione di felicità provvisoria: un'ora lieta, un orizzonte lontano, un cielo scoperto che restituisca alla vita la sua originale poesia.

sabato 19 maggio 2012

Paura e Pigrizia

"Ci sono due tipi di sofferenti in questo mondo: quelli che soffrono per una carenza di vita, e quelli che soffrono per una sovrabbondanza di vita.
Quasi tutti i comportamenti dell’uomo e le sue attività, in sostanza non sono diverse da quelle degli animali. Le più avanzate tecnologie e la nostra abilità artigiana ci portano al livello dei super scimpanzé, non di più.
In realtà, la differenza tra, diciamo, Platone e Nietzsche e l’uomo medio, è maggiore di quella che esiste fra scimpanzé e l’uomo medio. Il regno del vero spirito, del vero artista, del santo, del filosofo, sono in pochi a raggiungerlo. Perchè così pochi? Perchè la storia del mondo e l’evoluzione non sono esempi di progresso ma piuttosto un infinita e futile addizione di zeri? Non si sono sviluppati i valori più importanti. Diamine, i greci, 3000 anni fa non erano certo meno progrediti di noi!
Allora quali sono le barriere che impediscono all’essere umano di arrivare perlomeno vicino al suo vero potenziale? La risposta a questa domanda la si può trovare in un'altra domanda. Qual’è la caratteristica umana più universale? La paura? O la pigrizia?"

Tratto da "Waking life - Risvegliare la vita"

sabato 12 maggio 2012

Sogno numero cinque

Nel mio ultimo sogno le corde della mia chitarra erano usurate. Le guardavo dal letto stendersi logorate sul manico su cui la mia mano tremante, la mia mano sudata, la mia mano stanca, mille volte si è appoggiata, aggrappandosi a una melodia, solo per salvare una giornata. Mi alzavo dal letto, poi la prendevo con il desiderio di suonare un ultima volta prima di cambiarle. Ma non sapevo che canzone fare. Ci pensavo un po' su ma niente. Vuoto. Con che cosa era giusto dare addio a quelle vecchie corde? In tutto quel tempo trascorso non c'era stato niente. Nessuna malinconia per il passato, nessuna emozione, nessun ricordo sufficientemente bello da essere immortalato in una canzone. Una sensazione di vuoto opprimente. Nell'attesa di capire regolavo l'accordatura. Tocco leggermente la chiavetta e il Mi si rompe di colpo. Come sono brevi gli addii, uno vorrebbe sempre dire qualcosa di bello e di importante e poi finisce tutto con uno schiocco metallico. Poi un guizzo di vitalità mi portava in cucina, nel primo cassetto, mescolato a coltelli, cucchiai e forchette, un Mi tutto nuovo. Lo prendevo in mano e improvvisamente sapevo cosa suonare. Questo è il bello della vita. Si può rinascere infinite volte.