foto di Laura Saviano

mercoledì 9 ottobre 2013

DIECI



Un pungente odore di calzini sporchi, un mal di testa sconfitto quando ormai è ora di andare a dormire. La punta del mio naso è fredda come non succedeva da mesi lontani e privi di bei ricordi.

Nelle mie parole al vento di stamani ripetevo che bisogna respingere l'arrivo dell'inverno a colpi di sorrisi e risate.
Ma i canali della Venezia muoiono ogni giorno, immobili, senza corrente, come i suoi avventori notturni che bevono e fumano su quelle torbide acque sicure. Non arriveranno mai al mare, entrambi.

Non riesco a finire niente perché faccio finire tutto, anche i miei buoni propositi e l'ottimismo a tempo determinato, e c'è ancora qualcosa che ostruisce il passaggio, come quel ponte rimasto diga, confine di cemento tra il dolce e il salato. E dopo un panino vegetariano con funghi scaduti, l'umido della notte nelle ossa, dopo che gli altri fumano canne e mangiano carne evocando notti folli e sanguinolente, incontri ravvicinati con ominidi e delinquenti di natura varia, trovare dentro un sorriso diventa impresa ardua.

E' rimasto solo di urlare DIECI nella sala Beckett.

E alla fine condividere tutto questo con voi, amici e non, non offendetevi, è ancora più penoso che scriverlo. Eppure c'è ancora questo bisogno, la speranza silenziosa che giace in fondo alle parole, di essere capiti, almeno da qualcuno.



 

domenica 29 settembre 2013

Il mio nuovo Blackberry aziendale

Con il nuovo Blackberry aziendale la mia agenda cartacea è diventata pressochè inutile. Sarei inefficiente se continuassi ad utilizzarla. Pensate solo al tempo sprecato per scriverci. Prendere l'agenda dalla borsa, cercare la penna che poi non scrive, rimettere tutto a posto...senza considerare il peso di portarla sempre con sè. Adesso invece, con il mio nuovo blackberry aziendale, è tutto più semplice, basta un clic e ti sincronizzi. Ti sincronizzi. Così. L'agenda di outlook del blackberry poi, è una cosa formidabile. Chiunque dei tuoi amici può vedere quando sei libero e prendere un appuntamento senza bisogno di fare venti telefonate. Naturalmente anche i miei amici e colleghi hanno un blackberry, si sincronizzano e in qualsiasi momento possono vedere quali sono gli spazi rimasti ancora vuoti sulla mia agenda. Ti sincronizzi, è facile, così. Guardate, questa è la mia agenda elettronica, praticamente tutte le mie giornate del prossimo mese sono state progettate senza che abbia dovuto fare una sola chiamata. Guardate questa è la mia giornata di domani. Ore 9 chiamare giovanni, 9.30 colazione di lavoro con Michela, 11 fare gli auguri a mamma, 11.15 caffè con l'ing. gustinetti, 13.45-14.15 taglio di capelli, 17 dentista e così via. Naturalmente l'agenda distingue con colori differenti gli impegni di lavoro da quelli extraprofessionali in modo tale da visualizzare immediatamente la densità di ciascuna giornata. Da quando possiedo il Blackberry aziendale la mia vita è cambiata, è la verità, è così. Perchè con il blackberry siete più veloci. La vostra vita diventerà più veloce. Più veloce. Più veloce, più veloce. Più veloce, più veloce, più veloce. La vostra vita andrà talmente veloce che non vi accorgerete neanche che è già finita, come la mia. Così.

mercoledì 11 settembre 2013

Gli alberi lo sanno


A braccia aperte Carolina ripete poesie, zampettando sul prato sempre più verde del parco.
L'autunno è arrivato solo qua, soffia tra le foglie dei tigli con il suo vento fresco.
Porta con sé i sintomi inequivocabili della novità.

Si ripete di nuovo il miracolo del capodanno, sta succedendo ancora, tutto sembra nuovamente possibile, e noi poveri idealisti ancora crediamo che il cambiamento sarà migliore, che questo tempo non ci porterà solo verso un altro inverno con il naso schiacciato sulla finestra a fissare il nulla, il vuoto generato da questa umanità artificiale, mediocre e sconfitta.

Per voi settembre non arriverà mai, e dell'autunno non vi siete nemmeno accorti, non sapete che guardare le vostre macchine e quelle degli altri.

Solo gli alberi che restano lo sanno, che saranno loro a sopravviverci, perché sanno cambiare, perché conoscono il vento, il vento di settembre.

martedì 30 luglio 2013

No al rigassificatore !!!!


A partire da oggi il panorama cittadino si arricchirà di una nuova presenza. Sulla linea dell'orizzonte, a 12 miglia marine dalla costa livornese, sta per essere definitivamente ancorato il famoso rigassificatore. In parole povere si tratta di un supercargo alto circa come un palazzo di 8 piani che fungerà da convertitore di gas dallo stato liquido a quello gassoso, prima di inviarlo, tramite gasdotto sottomarino già realizzato, alla stazione ASA di Stagno. Sì, sì, la stessa ASA che meno di 5 mesi fa ha lasciato una città intera senz'acqua per una settimana. Ma tornando al rigassificatore, per il raffreddamento del gas, necessario alla sua trasformazione, l'impianto verserà in mare circa 300mila metri cubi di cloro al giorno, che significa 630 tonnellate di cloro all'anno. Il tutto in piena area marina protetta. Sì, avete letto bene, il santuario dei cetacei verrà profanato da questo mostro marino costruito per il guadagno di pochi industriali e il pericolo di tutti.

E i danni ambientali? Macché, si tratta solo di versare cloro in mare, che altro non è che acqua sterilizzata, la stessa che è presente nelle piscine. A tal proposito suggerirei ai proprietari dell'impianto di sterilizzare più acqua marina possibile, garantendo un servizio a tutti i bagnanti che così finalmente non dovranno più togliersi quelle fastidiose tracce di salsedine sulla pelle.

Nessun pericolo inquinamento quindi, tant'è che l'OLT, la società titolare dell'impianto risarcirà il Comune di Livorno per l'impatto ambientale della struttura. E forse adesso cominciate a capire perché la nostra lungimirante amministrazione locale abbia acconsentito all'arrivo del mostro.

Si sa, quando si parla di denaro, l'ambiente, la sicurezza, la salute, diventano aspetti che passano in secondo piano. Quei soldi verranno utilizzati probabilmente per costruire una nuova rotatoria o per rifare gli spogliatoi degli arbitri dello stadio Picchi. Avessero mai a lamentarsi, gli arbitri.

Dopo la chiusura della Fortezza Nuova e della Fortezza Vecchia, la paventata chiusura del Teatro Goldoni e di quella del Nuovo Teatro delle Commedie, dopo l'approvata cementificazione di Montenero grazie alla costruzione del nuovo ospedale, la chiusura di tre cinema per far spazio a parcheggi deserti, catene internazionali di abbigliamento e banche, si consuma così un nuovo scempio del patrimonio cittadino. Un nuovo fulgido esempio di alta valorizzazione dei beni culturali, architettonici e ambientali ad opera della giunta comunale targata Cosimi.

Da anni il bilancio comunale di questa amministrazione si tiene in sofferto pareggio a colpi di cemento, industrializzazione selvaggia e inquinamento: è l'ora di dire basta.

Domenica 4 agosto, alle ore 21 in Piazza Mazzini a Livorno, avrà luogo il funerale di questa città, uccisa dalla cieca ottusità dei suoi amministratori e politici locali. Invito la cittadinanza a partecipare con dolore e rabbia alla manifestazione contro l'ennesimo abominio ambientale consumato a danno della cittadinanza.


martedì 4 giugno 2013

Una stagione di fede assoluta


E' finito tutto davanti ad uno schermo di un portatile collegato su uno dei tanti siti illegali che trasmettono partite di calcio in streaming. Vedendo l'enorme coreografia con la scritta “Combatti” apparsa in Curva Nord devo ammettere che mi è venuta parecchia rabbia per non essere lì. Io che quest’anno mi ero visto pure Livorno-Pro vercelli sotto l'acqua, io che non mi ero fatto mancare nemmeno la Coppa Italia di agosto. Ma si sa, in dieci mesi succedono tante cose nella vita di una persona, o almeno a me piace che sia così. E in questo caso il destino mi ha portato a guardare la partita delle partite, la finale di ritorno all'Armando Picchi, seduto sul letto di una casa sperduta nell'ultima banlieu di Francia. Chi l'avrebbe detto.

Non vorrei commentare la partita, è andata come era giusto che andasse, non vorrei commentare nemmeno le mie urla solitarie e il senso di malinconia che si prova nel festeggiare da soli per una cosa che nessuno intorno a te può capire. Vorrei invece scrivere per quelli che capiranno benissimo di cosa sto parlando, per i livornesi, e se lo faccio solo adesso è forse perché a guardarli da lontano si riescono a capire meglio, come certi quadri impressionisti. Ma Livorno, nonostante Fattori e Modigliani, ha un'anima che in fondo ha poco a che fare con l'arte. Per capirla veramente bastava quest’anno andare in Curva Nord, una sorta di museo di storia naturale a cielo aperto che mette in mostra la fauna locale. Sì perché in curva ci sono delle vere e proprie specie rare, individui che non potresti trovare da nessun'altra parte al mondo, che riflettono perfettamente lo spirito della città. E' per questo che mi piace andarci. Ogni volta è una specie di esperienza socio-antropologica che si intuisce semplicemente osservando la genuinità verace del tifoso, perennemente in bilico tra il dramma sportivo e l'ironia canzonatoria. Nel livornese allo stadio c'è qualcosa di originale e unico, qualcosa in via d'estinzione come la sua fede politica, ma che tuttavia resiste e si mostra con orgoglio.

Quella pancia accogliente, quei gradoni di cemento consumati da quasi cento anni di pioggia, di sole, di vento e di bestemmie, durante le partite assomiglia a un vascello, un galeone di pirati dove si lanciano cori come fossero ordini di navigazione, dove capi ultras arrampicati in posizioni improbabili urlano come timonieri che spronano al canto una ciurma esausta e ignorante.

Ecco questa è la Curva Nord, una nave pirata troppo svogliata per salpare dal suo porto, troppo attaccata alla terra per prendere il mare e che allora si ritrova ogni sabato o domenica che sia, per gridare e per sostenere la maglia che porta il colore della sua bandiera, la bandiera amaranto. E così, sorretti dalla fede in Che Guevara e Igor Protti, i pirati livornesi, dopo qualche anno di dissidenze, si sono ritrovati compatti, sugli spalti, a incoraggiare senza sosta gli animi dei giocatori della propria squadra. Non hanno mai chiesto la vittoria, fateci caso. Il tifoso livornese non vuole vincere, perché non è abituato a farlo, perché sì, diciamocelo per i provinciali come noi il successo è un lusso che non possiamo concederci a lungo perché non ne sapremmo sostenere il peso.
Solo una cosa volevano vedere: il cuore.
Perché quando tifi Livorno non ti puoi permettere di essere molto esigente, ma chiedi solamente di vedere sul campo quello che tu hai imparato a fare benissimo, ovvero saper soffrire, e alla tua squadra cerchi di infondere la stessa abitudine e lo stesso coraggio a farlo, a lottare contro tutti, contro il potere, contro la giustizia e l'ingiustizia. Perché chi è piccolo per sopravvivere questo deve saper fare: combattere, anche se è tutto inutile, anche se contro lo Spezia in casa perdi 5-0 e ti hanno espulso il portiere dopo nemmeno 10 minuti per un fallo che non c'era. Perché alla fine hai perso solo se smetti di cantare, e in quella partita, al termine dei 90 minuti c'era solo una tifoseria che cantava ed eravamo noi.
Non credo che molte squadre possano vantare una tifoseria che sul 5-0 per gli avversari faccia quel tifo, con quella forza, con quell'irrazionale orgoglio disperato che ho visto negli occhi della gente quella sera di ottobre. E' nato tutto là, è stato come un miracolo, quel coro recitato all'infinito come un mantra che racconta di una curva che “non si lascia rallentar”, una preghiera profana scagliata contro il destino infame e la voglia di farcela comunque. La stessa irrazionale voglia che ci ha fatto rimontare 2 gol al Sassuolo, sotto una pioggia battente di Dicembre, e che poi si è andata a depositare sul piede di Salviato,uno che di solito con il pallone non ha molto feeling, un attimo prima di folgorare il portiere nel “sette” facendoci vincere la partita.
Tutti segnali di un annata che non poteva andare diversamente, che doveva concludersi così, con le invasioni di campo, i giocatori portati in trionfo e la festa nelle strade che posso solo immaginare. L'ultima immagine in diretta che ho nella mente, prima che la connessione internet crollasse definitivamente, è la faccia stravolta dalla felicità di Emerson, uno che di battaglie sportive e non, deve averne fatte parecchie. Con questo non voglio idolatrare nessuno, né i giocatori, né i tifosi.

Personalmente credo che le passioni, e più in generale la fede cieca, di qualsiasi tipo, spesso ci impediscano di crescere, di evolverci, di migliorarci. Ma al tempo stesso sono una di quelle poche cose che ci permettono di trovare un senso alle nostre giornate. Forse è proprio per questo che il simbolo della nostra città non è diventato Ferdinando I vincitore sui Mori, ma proprio quei 4 sporchi pirati incatenati. Ecco quelli sono i livornesi, quelli, volenti o nolenti, siamo noi.
Tra qualche mese nuove sfide calcistiche attenderanno la città, nuove trappole gli verranno tese, ma state certi che i pirati saranno ancora lì, sporchi, incatenati, pronti a combattere, fino all'ultimo bandito per restare schiavi della propria passione.

Avanti tutta Livorno !



mercoledì 1 maggio 2013

Chiedi alla polvere


Erano da poco passate le tre di un mattino incomparabile. Il blu e il bianco del cielo e delle stelle erano di una tale purezza, di una dolcezza così toccante che dovetti fermarmi, quasi stupito di tanta bellezza. Le foglie polverose delle palme erano immobili. Il silenzio era totale.

La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì, come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.

Guardai verso sud, in direzione delle grandi stelle, dove si stendeva il deserto di Santa Ana e pensai che laggiù, sotto quelle stelle, viveva un uomo che il deserto avrebbe inghiottito prima di me. Io avevo in mano qualcosa di suo, un’espressione della sua lotta contro l’implacabile silenzio al cui interno stava per essere scagliato. Poco importava cosa fosse, assassino, barista o scrittore, il suo destino era il destino di tutti, la sua fine era la mia fine e in quel momento, nella città di finestre chiuse, c’erano milioni di individui come lui e come me, indistinguibili l’uno dall’altro come fili d’erba secca. Vivere era già abbastanza difficile, ma morire era un compito eroico.
 
 
                                                                                                       John Fante - Ask the dust

venerdì 22 febbraio 2013

Cartoline dal finestrino

Mentre attendo il destino comparire in una pagina internet, mi avvolge l'aria gelida e piovosa di febbraio. E' uno di quei giorni in cui adoro sentire il naso gelato e gli scarponcini neri bagnati dalla pioggia sottile di questo cielo senza speranza, cupo come le facce dei pendolari che incontro ogni mattina alla stazione.
E' uno di quei giorni in cui l'inverno sembra esserci da sempre, così come l'eskimo che pesa 12 chili, i guanti senza dita e la sciarpa di lana arancione che indosso da un'eternità.
Oggi è uno di quei giorni in cui sembra incredibile aver potuto passeggiare in questa stessa città con indosso una maglietta e i pantaloni corti. E i tuffi nel mare del Salento nuotando verso la Grecia e i Balcani appaiono nella mia mente come un sogno sognato una di queste notti, sotto le tiepide coltri di coperte e piumoni vari.
I ricordi e i sogni sono composti della stessa materia. Anche il passato è una forma di immaginazione che modifichiamo ogni volta, con lo scorrere del tempo.
A guardarlo così, il cielo (cioè dal finestrino di un treno che mi prende e mi lascia sempre negli stessi due posti) sembra impossibile che questo inverno finirà, che torneremo a ballare nei prati, a fare il bagno al mare.
A guardare così la gente, i vagoni ed io, sembra che tutto sia destinato a restare per sempre immobile. Ma non sarà così. D'improvviso un giorno il cielo dirà che è primavera e ancora ingenuamente penserò che da adesso in poi tutto sarà migliore, che questa gente, questi vagoni e questo io non ci saranno più. Che fioriremo tutti altrove. Perchè ad ogni primavera i fiori non rinascono mai nello stesso punto. Quel giorno userò ancora l'immaginazione, il sogno e il ricordo, crederò ancora nella felicità del cambiamento. E forse solo allora la smetterò di aspettare il destino comparire in una pagina internet.